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Lo scioglimento delle Camere
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Lo scioglimento delle Camere

Lo scioglimento delle Camere

 

La quindicesima legislatura repubblicana si è conclusa. L'atto formale col quale vengono sciolte le Camere e convocate nuove elezioni è un decreto del Presidente della Repubblica. Secondo la Costituzione (articolo 60) "la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni. La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra". Fino alla riforma operata nel 1963, la legislatura del Senato era più lunga di quella della Camera: i deputati rimanevano in carica per cinque anni, i senatori per sei. Tuttavia, non si è mai avuto lo scioglimento di un solo ramo del Parlamento. Dopo la convocazione delle elezioni per la I legislatura (DPR 8 febbraio 1948, n.33: si sarebbe votato il 18 aprile 1948), nel 1953 (DPR 4 aprile '53) e nel 1958 il Capo dello Stato sciolse la Camera dei deputati al termine naturale della legislatura (cinque anni) ma pose fine con un anno di anticipo alla legislatura del Senato, in modo da parificare la durata dei due rami del Parlamento. Nel '63 la revisione dell'articolo 60 Cost. fissò in cinque anni il mandato di deputati e senatori. Da allora, le Camere furono sciolte entrambe al cessare del quinquennio (scioglimento naturale) oppure prima del termine (scioglimento anticipato) come stavolta. La legislatura è giunta al naturale compimento nel 1963, 1968, 1992, 2001 e 2006; lo scioglimento anticipato si è avuto, invece, nel 1972 (un anno prima del previsto), 1976 (un anno), 1979 (due), 1983 (uno), 1987 (uno), 1994 (tre), 1996 (tre), 2008 (tre). Abbiamo, in sintesi, cinque legislature portate a compimento, più le due della Camera (1948-1953 e 1953-1958) e otto concluse prima del tempo (alle quali vanno aggiunte le due interruzioni anticipate del Senato nel '53 e nel '58). Spesso si fa riferimento anche a scioglimenti anticipati "tecnici", che avvengono poche settimane prima della scadenza naturale della legislatura, e che si possono considerare ordinari. Nessuna legislatura, peraltro, ha avuto una durata di cinque anni esatti (1825-1827 giorni, a seconda del numero di anni bisestili compresi nel periodo), come si evince dal prospetto che segue:

Prima legislatura (1948-1953) - 1874 giorni

Seconda legislatura (1953-1958) - 1812 giorni

Terza legislatura (1958-1963) - 1795 giorni

Quarta legislatura (1963-1968) - 1847 giorni

Quinta legislatura (1968-1972) - 1450 giorni

Sesta legislatura (1972-1976) - 1502 giorni

Settima legislatura (1976-1979) - 1080 giorni

Ottava legislatura (1979-1983) - 1482 giorni

Nona legislatura (1983-1987) - 1449 giorni

Decima legislatura (1987-1992) - 1756 giorni

Undicesima legislatura (1992-1994) - 722 giorni

Dodicesima legislatura (1994-1996) - 754 giorni

Tredicesima legislatura (1996-2001) - 1846 giorni

Quattordicesima legislatura (2001-2006) - 1776 giorni

Quindicesima legislatura (2006-2008) – 731 giorni

Lo scioglimento delle Camere spetta al Presidente della Repubblica - come si accennava - ma mentre nel caso dello scioglimento naturale si tratta di un atto dovuto, nel caso di scioglimento anticipato la questione è più complessa. Secondo l'articolo 88 della Costituzione, "il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura". Nessuna norma scritta disciplina le cause che portano allo scioglimento anticipato, però se ne possono individuare almeno tre: ragioni di opportunità politica segnalate da una consistente maggioranza dei partiti presenti in Parlamento; impossibilità di formare un governo che abbia la fiducia delle Camere; situazioni sociali o politiche particolari nelle quali è consigliabile il ricorso al voto popolare. La dottrina è divisa sulla natura del decreto in caso di scioglimento anticipato: se sia un atto "complesso" nel quale la valutazione del Capo dello Stato e quella del Governo sostanzialmente concordano oppure se si tratti di un atto che rientra fra i poteri propri del Quirinale. In ogni caso, è il Presidente della Repubblica che - sentiti i presidenti delle Camere (per un parere obbligatorio ma non vincolante) - dispone lo scioglimento. Dopo aver ricevuto i presidenti dei due rami del Parlamento, il Capo dello Stato firma il DPR di scioglimento; in seguito, il Consiglio dei ministri si riunisce per approvare lo schema di decreto col quale si fissa la data per lo svolgimento delle elezioni politiche e quella per la prima riunione delle nuove Camere. Anche quest'ultimo decreto è firmato dal Presidente della Repubblica. La disciplina della convocazione dei comizi elettorali è contenuta nell'articolo 11 del Testo unico per l'elezione della Camera dei deputati (DPR 30 marzo 1957, n.361 riformulato con le successive modifiche).

Il decreto di scioglimento delle Camere è firmato anche dal Presidente del Consiglio: la controfirma è necessaria, come dispongono gli articoli 89 e 90 della Costituzione.

"Art. 89. - Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità. Gli atti che hanno valore legislativo e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei Ministri.

Art. 90. - Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri".

Fino al 1992, la Costituzione impediva al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere durante gli ultimi sei mesi del suo mandato settennale. La ragione - evidente - era impedire che il Capo dello Stato utilizzasse il suo potere per cercare di dar vita ad un Parlamento ben disposto nei riguardi di una sua eventuale rielezione al Quirinale. La riforma dell'articolo 88 ha rimodulato la norma sul cosiddetto "semestre bianco", perchè nel 1992 sarebbero giunti a compimento naturale sia il mandato presidenziale (Cossiga) sia la decima legislatura. Si sarebbe creato un "ingorgo istituzionale", perchè il Presidente uscente non avrebbe potuto sciogliere il Parlamento e perchè quest'ultimo non avrebbe potuto eleggere il suo successore. Infatti (art. 85 Cost.), "il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni. Trenta giorni prima che scada il termine, il Presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Se le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere nuove. Nel frattempo sono prorogati i poteri del Presidente in carica". La questione fu risolta stabilendo che (art.88) il Presidente non avrebbe potuto esercitare la facoltà di sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del suo mandato salvo che essi coincidessero "in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura".

Una volta sciolte le Camere, il Governo fissa la data del voto tenendo conto che (art.61 Cost.): 1) "le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti"; 2) "la prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni". Fino alla prima riunione delle nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti, per evitare pericolosi "vuoti". Tuttavia, la dottrina non è del tutto concorde sull'ampiezza dei poteri del Parlamento sciolto, al di là dell'"ordinaria amministrazione" (la conversione in legge dei decreti-legge, ad esempio, che va compiuta entro 60 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale). L'articolo 77 della Costituzione, in proposito, specifica che:

"Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando, in casi straordinari di necessità e d'urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. I decreti perdono efficacia sin dall'inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti".

La formula utilizzata per il DPR di scioglimento e per quello che fissa la data del voto è scarna. Riportiamo di seguito i due DPR che sciolsero le Camere nel 2001 (alla scadenza naturale):

D.P.R. 8 marzo 2001, n. 42

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visto l'articolo 88 della Costituzione;

Sentiti i Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati;

Decreta:

Articolo 1 - Il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati sono sciolti.

D.P.R. 9 marzo 2001, n. 47

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visto il proprio decreto in data di ieri, recante scioglimento della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;

Visti gli articoli 61 e 87, terzo comma, della Costituzione;

Visto il testo unico delle leggi per l'elezione della Camera dei deputati, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, e successive modificazioni e integrazioni;

Visto il testo unico delle leggi recanti norme per l'elezione del Senato della Repubblica, approvato con decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533;

Vista la legge 23 aprile 1976, n. 136, recante norme per la riduzione dei termini e la semplificazione del procedimento elettorale;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 9 marzo 2001;

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell'interno;

Emana il seguente decreto:

Articolo 1 - I comizi per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica sono convocati per domenica 13 maggio 2001.

La prima riunione delle Camere avrà luogo il giorno di mercoledì 30 maggio 2001.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.


Bibliografia recente Giuffrè:

Fausto CUOCOLO - "Lezioni di diritto pubblico". Terza edizione, 2004.
Temistocle MARTINES - "Diritto costituzionale". Undicesima edizione interamente riveduta da Gaetano Silvestri, 2005. Appendice di aggiornamento: Principali novità costituzionali, legislative e giurisprudenziali intervenute tra l'ottobre 2003 ed il maggio 2005.
Temistocle MARTINES - "Diritto pubblico". Sesta edizione riveduta e aggiornata da Luigi Ventura, 2005.
Temistocle MARTINES, Gaetano SILVESTRI, Carmela DE CARO, Vincenzo LIPPOLIS, Renato MORETTI - "Diritto parlamentare". 2005.